| Relazione di Franca Dente (Presidente CNOAS) al Convegno "Diritti Umani. Uguaglianza e Giustizia Sociale." |
|
|
Convegno “Diritti umani, Uguaglianza e Giustizia Sociale verso un Welfare Planetario
Zugliano (UD) 17-20 settembre 2009
di Franca Dente Presidente Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali
Etica e professioni di aiuto
Porto i saluti del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali che ha apprezzato l’iniziativa per il suo carattere internazionale e per l’attenzione riservata al tema dei diritti umani di uguaglianza e giustizia sociale tanto usati e abusati ma molto spesso calpestati o ignorati. Vorrei premettere ad un discorso specifico sull’etica delle professioni sociali due punti che mi sembrano importanti da trattare e che sono stati oggetto di riflessione da parte del Prof. Gian Paolo Prandstraller, docente di sociologia all'Università di Bologna, il primo studioso in Italia ad avere posto al centro del suo programma di ricerca il ruolo delle professioni nella società postindustriale1. La particolarità della riflessione consiste nell’abbinamento quasi ineludibile del concetto di professione al concetto di etica: a) Le professioni oggi si accingono a diventare vere e proprie forze sociali, e la presenza di un’etica atta a regolare i comportamenti dei membri è importante per definire la loro identità; b) Il lavoro professionale è, in questa epoca, quello che più conta, che più incide sui meccanismi di una società la cui produzione è fondamentalmente basata sulla conoscenza scientifico – tecnica. Il peso che assume il lavoro professionale in una tale società conferisce dunque un particolare ruolo sociale ai professionisti che lo attuano. Le etiche delle professioni appartengono al genus "etiche speciali", ben distinto e in un certo senso contrapposto a quello che riguarda e comprende le "etiche generali". Queste ultime sono le etiche che derivano da religioni o da ideologie; etiche che, deducendo il comportamento degli uomini da qualche principio trascendente, tendono a disciplinare tutta la vita degli individui. L’epoca ideologica, che ha coperto gran parte del XX secolo, è stata una fonte importante di queste etiche, che si sono affiancate a quelle di natura religiosa (collegabili alle grandi religioni di salvazione) di cui Max Weber si è occupato nei Saggi di sociologia della religione. Le etiche speciali costituiscono una risposta, offerta dall’ ultima parte del XX secolo, al problema etico, come conseguenza della crisi che si è manifestata a livello di etiche generali, ormai incapaci di dare soluzioni ai problemi di nuovo genere che investono l’ uomo contemporaneo. Venendo ora alle etiche delle professioni, si deve ricordare che questo tipo di etica è collegato alle stesse origini storiche delle professioni moderne. Si riscontra invero, già nel XIX secolo, che le professioni si davano un "codice etico", cioè un insieme di regole volte a disciplinare soprattutto i due grandi rapporti che più interessavano le cosiddette "libere professioni", e cioè il rapporto tra professionista e cliente e il rapporto tra colleghi. Successivamente, nel nostro secolo, via via che le professioni acquistavano maggiore importanza nelle società avanzate, le etiche delle professioni hanno considerato anche il rapporto professione / società. Le etiche delle professioni, benché più antiche delle altre, hanno acquistato un particolare rilievo nella seconda parte del XX secolo. Ciò è dovuto al fatto che il mondo professionale è diventato più importante per i meccanismi operativi delle società avanzate, particolarmente per i "servizi". Quando è emersa visibilmente la cosiddetta "società dei servizi" (durante gli anni ’70), il ruolo delle professioni è diventato più visibile. Le professioni, in altre parole, si sono rivelate un tramite insostituibile per la creazione e l’applicazione di quella conoscenza scientifico – tecnica che costituisce il principio assiale della "società post – industriale", cui ulteriorepilastro sono appunto i servizi. Era del tutto logico che le etiche delle professioni, tipicamente etiche di servizio, acquistassero nuovo slancio in un periodo nel quale l’attività professionale non interessava più soltanto ristrette cerchie di esperti, ma reggeva e faceva sviluppare interventi di utilità generale riguardanti, per esempio, la sanità, i servizi sociali, l’istruzione, la giustizia, l’edilizia, l’urbanistica, la difesa, la tutela dei diritti, le costruzioni etc... Le etiche delle professioni sono plurime, nel senso che le singole professioni (o talvolta gruppi di professioni) sentono il bisogno di darsi un codice etico. Si ha così l’ etica dei medici, degli avvocati, degli ingegneri, dei docenti universitari, dei genetisti, dei commercialisti, degli infermieri, degli insegnanti e degli assistenti sociali. Non a caso i codici etico/deontologici richiedono una rivisitazione periodica in quanto devono costantemente seguire l’evoluzione dei tempi e delle culture, vanno contestualizzati. Il Codice deontologico dell’Assistente Sociale pur essendo molto giovane (primo Codice approvato dall’Ordine Professionale nel 1998) è già alla sua terza edizione e II° revisione. L’approvazione del nuovo Codice deontologico dell’Assistente Sociale rivisto alla luce dei mutamenti sociologici/organizzativi e legislativi della società, entrato in vigore dal 1 settembre 2009, ha tenuto conto delle diverse questioni/tematiche che hanno avuto risvolti etici in questi ultimi sette anni dall’ultima revisione e che hanno interessato nel quotidiano la vita delle persone, dei servizi, delle professioni, nelle varie realtà regionali. Basta pensare al dibattito ancora aperto nel nostro paese sul concetto di famiglia, sul testamento biologico, sulla migrazione e immigrazione; questioni che vanno dalla giustizia (es. indulto) alla sanità (es. riforma legge sulla tossicodipendenza), dai migranti (integrazione) ai giovani (bullismo) che assumono dimensioni etiche e deontologiche e che mettono a dura prova la nostra professionalità provocando dilemmi etici. Temi come eutanasia, testamento biologico, fecondazione assistita, aborto, immigrazione e reato di clandestinità richiedono un ripensamento sull’atteggiamento professionale da assumere nell’agire. E’ forse anche più importante riflettere oggi sull’etica dell’agire ossia di compiere azioni in vista di uno scopo scelto e del fare, ossia compiere azioni prescritte dall’apparato di appartenenza di cui non è detto che si conosca gli scopi; ragionare sull’etica dell’organizzazione o su quella crisi dell’etica della solidarietà che ha caratterizzato lo Stato Sociale; parlare di quelle ragioni etiche che sottendono al ripensare lo stato sociale attraverso il recupero reale della centralità di alcuni valori e di alcuni soggetti. Ci rendiamo conto di quanta responsabilità investe il professionista A.S. o altro professionista che opera nel sociale e di come siano insidiose e precarie talune situazioni nei servizi, nei rapporti con utenti e clienti, nel rapporto con i dirigenti, per la salvaguardia dell’autonomia di giudizio e operativa, nella ricerca spesso difficile di luoghi di lavoro che tutelino chi deve tutelare. Ripensare insieme, riaccendere e coniugare i valori comuni delle professioni sociali vuol dire ricercare un interesse condiviso che vada verso la promozione del benessere comune e verso la condivisione della Responsabilità. Sta appunto nella parola Responsabilità e nel senso comune di questa parola la chiave di svolta. Come costruire spazi di riflessione per passare da una responsabilità individuale ad una collettiva e plurima ? Questo è lo sforzo2. Entrando più nel merito, le professioni sociali si trovano attualmente ad operare in un clima profondamente inedito, le cui componenti di fondo hanno progressivamente subito radicali trasformazioni. Ad esempio la graduale liberazione da un modo antico di intendere concetti quali “la necessità ed il bisogno” ha pesato notevolmente sulla ridefinizione delle professioni storicamente incardinate in ambito sociale. Abbandonate in larga parte le eccezioni esclusivamente patologiche e marginali “la necessità ed il bisogno” stanno gradualmente trasformando la loro fisionomia in casi sempre più numerosi con occasioni di esperienza e perfino di crescita personale come appunto dice Bauman,” i modelli di vita buoni tendono a prevalere sul modello di società buona”3. L’attuale fenomenologia del quotidiano sembra infatti crescentemente caratterizzata da alcune particolari tendenze, che in larga parte discende dal passaggio da un tipo di società “compatta” e semplice ad una complessa e fortemente segmentata in cui elementi quali la moltiplicazione, l’eterogeneità e la varietà rappresentano attualmente le componenti fondamentali. In questo contesto così vitale, ci si chiede quali dovrebbero essere le caratteristiche fondamentali delle professioni che operano nel sociale. Si tratta di connotazioni che ruotano intorno a tre elementi di base, come dice Giuseppe De Rita in un’intervista pubblicata sul periodico Vita: l’attenzione alla società, agli altri e a sé. Con l’attenzione alla società si vuole rendere intendere uno sforzo di ridefinizione dell’atteggiamento di chi esercita la professione che deve essere orientata ad un senso pieno di responsabilità verso l’intera collettività. Quando si parla di responsabilità ci si riconduce al suo senso etimo della parola – dal latino “responsio” (risposta) “respons – are” (rispondere) Nel linguaggio giuridico è la condizione di chi è responsabile di una violazione di un dovere. Essere responsabili: modo di essere di chi è consapevole delle aspettative sociali legate al proprio ruolo o status, o ufficio, o compito e delle conseguenze derivanti dal proprio comportamento e assume di conseguenza i compiti derivanti4. In aderenza all’etimo della parola , la responsabilità verso la collettività da parte di un professionista sociale diventa una parola plurima e quindi uno strumento operativo: rispondere tante volte e ogni volta in modo consono alla situazione che si presenta. E' poiché le risposte adeguate ad una situazione sono molteplici e rappresentano soluzioni temporanee, modificabili e in evoluzione, educarsi alla responsabilità verso la vita collettiva significa educarsi alla osservazione attenta delle varie sìtuazioni e alla ricerca delle possibili soluzioni, che in altri termini significa aver interiorizzato principi di uguaglianza e di giustizia capisaldi di una corretta convivenza democratica. Motivazione e competenza sono due fattori che costituiscono le due anime dell’attenzione al sé; la motivazione è l’essenza stessa delle professioni nel sociale, senza la quale è difficile che i singoli professionisti possano trovarsi in un rapporto dinamico e costruttivo con il loro contesto di riferimento. La competenza/professionalità deve ricomprendere tre dimensioni:
Il professionista infine dovrebbe essere portatore, per ciò che attiene l’attenzione agli altri, di una salda cultura dell’accoglienza. Avere cultura di accoglienza per un professionista sociale è cosa tanto più richiesta in società ad alto indice di complessità. Non per nulla, mai come oggi, si parla di “nuove povertà” che possiamo configurare in un diffuso senso di anonimato, di abbandono, di solitudine, di incomunicabilità, di sofferenze profonde causate da una sorta di spersonalizzazione dei rapporti umani. Per dirla come ci suggerisce Bauman la ricerca e la continua riaffermazione dei diritti degli individui (la ricerca di una felicità individuale) per essere garantita e perpetuata ha bisogno di una ricerca e affermazione del benessere collettivo e quindi necessità di solidarietà e di responsabilità di fronte all’altro. Tutte le professioni si trovano quindi a svolgere il loro mandato in una società in rapida trasformazione sul piano culturale, istituzionale, politico, economico. L’enfatizzazione del problema delle risorse destinate ai servizi alla persona, la progressiva egemonia della finanza sull’economia e di questa sulla vita sociale, la progressiva formazione di una società multietnica e multiculturale a seguito di fenomeni migratori, lo sviluppo del terzo settore nei servizi alla persona, l’ingresso del mercato, il sorgere di nuove professioni, rendono sempre più complessa la situazione e sempre più difficile mettere concretamente al centro la persona e il bene comune (Carta etica delle professioni Fondazione Zancan). In questa complessità la Bussola che può mantenere l’orientamento verso questi valori può essere l’ETICA come scienza morale che regola i comportamenti (Carta etica delle professioni Zancan). Nel 2004 la Fondazione Zancan ha elaborato una “Carta delle professioni che operano al servizio delle persone“.5 La Carta è incentrata particolarmente sul rapporto tra i professionisti che, con diverse competenze e in collaborazione tra loro, entrano in relazione con la persona con finalità di aiuto.6 A. C. Moro in un suo articolo del 2004 sottolinea “la necessità di una continua, approfondita vigilante assunzione piena di responsabilità, sia da parte di operatori pubblici, sia di quelli privati. Da ciò la non usuale attenzione alla deontologia delle professioni sociali, perché sia adeguatamente sviluppata un’etica personale e un’etica collettiva della relazione condivisa” e ancora , “è certamente assai opportuno che la riflessione sui servizi, sui metodi del loro lavoro, sulla loro integrazione sia sempre più raffinata, ma una simile riflessione deve mantenersi saldamente ancorata a una non meno approfondita riflessione culturale sulle grandi trasformazioni presenti nella nostra vita di oggi, sulle realtà valoriali presenti nella nostra comunità, sulle nuove e talvolta drammatiche difficoltà che trova l’uomo di oggi ad essere completamente uomo“.7 Queste considerazioni aprono uno sguardo sull’organizzazione dei servizi, ma anche sulle politiche sociali in generale. “Le professioni intellettuali che operano nel sociale hanno un ruolo determinante nella qualità delle prestazioni che vengono erogate dalle istituzioni , fino a definire e qualificarne il profilo e il giudizio sull’efficienza e l’adeguatezza delle stesse.”…” Tutta l’attività di questi professionisti , che si svolge in un campo contiguo a quello politico e che vi ha indubbi riflessi, ma viene continuamente influenzato dagli orientamenti e dalle scelte che vi si compiono, rischia spesso di ridefinirsi in senso riduttivo e di appiattirsi su prassi e regolamenti , perdendo il suo animus originario“.8 Le professioni, soprattutto le professioni sociali, non possono prescindere da una riflessione e da una maggiore attenzione agli aspetti etici dell’agire professionale e della convivenza sociale oggi attraversata dalla crisi della relazionalità che ha raggiunto i diversi livelli di vita, i cosiddetti “ mondi vitali”, con perdita di vincoli di appartenenza, di reciproco aiuto, di mutuo sostegno. Come ho già detto in altre occasioni la crisi tocca il cuore della convivenza umana, ne compromette lo sviluppo armonico e la qualità della vita. L’umanità oggi è sfidata da cambiamenti fondamentali nella struttura della società, quali l’esplosioni di fatti che includono indici di fecondità e natalità, il prolungamento della vita media, le manipolazioni biologiche–genetiche, le trasmigrazioni di intere popolazioni da un continente all’altro. L’esperienza ha ormai smascherato il mito del progresso come fautore di felicità. Le rivoluzioni tecnico - scientifiche ed economiche, se hanno avuto come effetto una maggiore produzione di beni materiali, non fanno crescere automaticamente i valori fondanti della convivenza umana, la giusta redistribuzione dei beni prodotti, la solidarietà, le identiche garanzie per tutti di accedere all’opportunità di sviluppo personale e collettivo, il rispetto delle “diversità”, il sostegno alle persone più deboli e fragili. Se da un lato aumentano le dichiarazioni nazionali e internazionali dei diritti dell’uomo, dall’altra nelle vicende personali, familiari, di gruppo e politiche aumentano le aggressività, le violenze, i ricatti, le sopraffazioni in cui il rispetto e la dignità umana vengono calpestati, cresce la cultura dell’indifferenza, della deresponsabilizzazione, in altri termini dell’individualismo, anche a livello istituzione, dilaga la delega e il disinteresse per quelli che non contano. Il neoliberalismo e la globalizzazione stanno producendo a ritmi incessanti e su scala planetaria sempre nuove emarginazioni e povertà, aumentando le disuguaglianze sociali. Mai come oggi i legami primari, famiglia e vicinato, si allentano, la stabilità e la durata degli affetti e delle solidarietà naturali si fanno brevi e precari, dove fioriscono le solitudini, i distacchi, le estraneità, dove tutto si usa e si consuma nel giro di poco tempo,la sofferenza di vite senza significato assume spesso aspetti acuti e drammatici. I nodi cruciali restano: come risolvere l’ambiguità contenuta nel messaggio del neoliberalismo e come riconciliare libertà e solidarietà? Le risposte possono venire dalla partecipazione reale dei cittadini alla società e dall’impegno delle professioni sociali che possono giocare in questo momento storico un ruolo determinante. Mai come oggi la responsabilità delle istituzioni, dei servizi e delle professioni sociali, chiamati a rispondere a questa tipologia di bisogni, assume carattere di urgenza e richiede maggiore competenza e impegno. Il mandato e i compiti affidati agli assistenti sociali presentano un alto tasso di contenuti filosofico-etico ed insieme politico-culturale ( F. Di Flumeri “Fondamenti e principi del servizio sociale” Books e News EISS 1992 ) e bisogna stare molto attenti a non disperderli . Nell’attuale fase storica è prioritario prestare un’attenzione particolarmente intensa alla dimensione etico-filosofica, dimensione fondante del servizio sociale, rafforzare la dimensione valoriale su cui la formazione deve puntare i riflettori se non si vuole rischiare di compromettere le conquiste teoriche – pratiche conseguite dalla professione . Il sapere non è solo tecnica o metodo per padroneggiare l’azione professionale, ma include la chiarezza sull’ essenza e sui significati più profondi che orientano tutta l’azione. Le riflessioni etiche che si sono sviluppate in questi ultimi anni hanno essenzialmente riguardato la pratica diretta; più facilmente si sono affrontati problemi di deontologia professionale riguardanti doveri e norme di comportamento nell’ambito professionale; solo negli ultimi tempi si è avviata la riflessione sulle implicazioni etiche delle politiche sociali e delle organizzazioni, poco si è sviluppato sugli approcci teorici che pure hanno implicazioni etiche.9 E’ opportuno che le professioni vadano oltre, non solo sul “come fare”, ma anche sul “perché fare” spostando l’attenzione sull’etica e non solo sulla deontologia con un forte richiamo ai valori, ai significati , ai presupposti e ai fini della professione. La dimensione etica comporta una riflessione antropologica perché, come diceva Aristotele “ogni cosa va giudicata in base al bene dell’uomo. I valori devono orientare le scelte in termini di bene dell’uomo e di giustizia tra gli uomini e alla coerenza tra i mezzi usati e i fini”10. L’attuale clima politico che sembra favorire o incentivare un arretramento rispetto a molte conquiste di ieri, date ormai per scontate e considerate costanti riferimenti etici per il lavoro quotidiano richiede sempre più una forte alleanza, un “Patto tra le Professioni” (come lo chiama Paola Rossi) che aiuti a non perdere “il senso del proprio agire”. La professione e il Consiglio Nazionale si sono trovati di recente a dover prendere delle posizioni su scelte di governo che mettono in discussione il senso del lavoro dell’a.s. e i valori su cui si fonda; ricordo la social card, il pacchetto sicurezza con l’obbligo di denuncia dei clandestini da parte dei professionisti pubblici dipendenti, chiamati dal proprio mandato sociale ad aiutare e con la reale difficoltà di rispettare alcuni diritti sociali nei confronti dei minori figli di clandestini etc… etc... La riflessione che si propone di fare al gruppo di lavoro riguarda tre interrogativi:
1 G.P.Prandstraller “L’Etica delle Professioni emergenti “ Google 2 Sia la “Carta etica per le professioni sociali che operano a servizio delle persone “ Studi Zancan 2004 e il C.D.dell’Assistente Sociale fanno un costante richiamo alla parola Responsabilità. 3 Keith Tster Il pensiero di Zigmunt Baumn erickson 2005 4 G.Devoto – C.Oli: Vocabolario della Lingua Italiana 5 Fondazione Zancan “Carta etica per le professioni sociali che operano a servizio delle persone “ Studi Zancan 2 vol.5 2004 6 Dal Pra Ponticelli M.” Una Carta etica per le professioni sociali” Prospettive sociali e sanitarie n.9 del 2005 7 Moro A.C. “Quarant’anni di politiche sociali in Italia:l’apporto della Fondazione Zancan”,Studi Zancan,3,vol.5, 2004 8 P.Rossi “Un patto tra le professioni” Prospettive sociali e sanitarie n.4 anno 2008 9 F.Villa e T.Vecchiato “ Etica e Servizio “Vita e Pensiero, Milano 10 E.Bianchi Considerazioni sull’etica per pensare nel servizio sociale cura di T.Vecchiato e F.Villa “ Etica e Servizio “Vita e Pensiero, Milano 1995 Ordine Assistenti Sociali - Consiglio Nazionale |











