| Giovedì 22 Settembre 2011 13:10 | ||||||||||
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L'Ordine regionale invia a Roma Capitale le sue osservazioni sul Piano Regolatore Sociale 2011-2015
Roma Capitale Segreteria del Vicesindaco c.a. dott. Riccardo Solfanelli c.a. dott. Diego Rubbi
Come concordato con le SS.LL. nell’incontro avvenuto il 14 settembre scorso, si inviano in allegato alla presente le osservazioni di questo Ordine professionale sul “Piano Regolatore Sociale Cittadino 2011-2015” di Roma Capitale. Si coglie l’occasione per inviare cordiali saluti.
GS/mp
Ordine Assistenti Sociali - Consiglio Regionale del Lazio
Osservazioni sul "Piano Regolatore Sociale Cittadino 2011-2015" di Roma Capitale
L’Ordine degli Assistenti Sociali del Lazio, nell’apprezzare lo sforzo di sistematizzare una materia complessa quale il sistema integrato dei servizi e delle prestazioni sociali di una metropoli nel piano regolatore cittadino e consapevole dell’importanza del confronto e della collaborazione costruttiva al fine di migliorare i servizi per i cittadini, osserva quanto segue. L’assetto del sistema dei servizi sociali che emerge dalla proposta del Piano Regolatore Sociale redatto seguendo le linee guida previste dalla Delibera del Consiglio Comunale n. 29 del 16/12/2010, delinea un percorso di integrazione dei servizi espressi dalle istituzioni pubbliche con il terzo settore e le varie espressione della società civile. Il Piano introduce azioni d’integrazione con le politiche sanitarie, dell’istruzione e della formazione, del lavoro, della casa, della Giustizia, in base al principio costituzionale della sussidiarietà verticale e orizzontale. E’evidente ed apprezzabile lo sforzo di promuovere una responsabilità sociale diffusa e una comunità solidale, di implementare un sistema di welfare comunitario, di promozione sociale dei cittadini, rivolto prioritariamente alle persone più deboli e che si trovano in condizioni di maggior bisogno, anche in considerazione della complessità del contesto sociale urbano, dell’aumento del disagio sociale così come opportunamente evidenziato nel paragrafo relativo alle previsioni demografiche. Sarebbe auspicabile, come scrive Gregorio Arena (in “Cittadini Attivi” Laterza 2006), "usare il principio di sussidiarietà per consentire ai cittadini di diventare dei soggetti attivi che siprendono cura dei beni comuni insieme con l’amministrazione, non vuol dire dunque sottrarre risorse alla realizzazione dell’interesse generale, bensì al contrario vuol dire aggiungere integrando le risorse pubbliche con quelle, preziosissime, rappresentate dal tempo, le competenze, le relazioni, le esperienze, le idee di cui sono portatori i cittadini attivi, creando una alleanza tra soggetti che rimangono distinti e diversi, come sono diverse le rispettive responsabilità. E tuttavia in determinate circostanze essi decidono di collaborare perché entrambi, cittadini ed amministrazione, riconoscono che i problemi di questa nostra società sono talmente complessi ed intrecciati tra loro da non poter essere risolti da un unico soggetto." Nel Piano sono previste misure d’innovazione e miglioramento in un’ottica d’ottimizzazione delle risorse, di riorganizzazione dei servizi nell’ambito dei decreti attuativi della Legge 42/2009 per “Roma Capitale”, la maggior parte delle azioni previste non comportano risorse finanziarie aggiuntive. Accanto alla programmazione degli interventi socio assistenziali sono previste azioni e misure di sistema, quali l’Osservatorio Sociale Cittadino, il Sistema Informativo Sociale, Qualità Sociale, Tavoli permanenti di coordinamento con i principali organismi rappresentativi delle Fondazioni, delle Associazioni, degli organismi di volontariato e degli attori operanti sul territorio cittadino, Ufficio di co-progettazione e coordinamento delle IPAB.
Il sistema delineato nel Piano Regolatore, i cui effetti saranno visibili nel tempo, anche in considerazione della programmazione quinquennale, è subordinato ad una compatibilità con i finanziamenti effettivamente disponibili sul medio – lungo periodo, e rimanda la necessità strategica di affrontare il problema di rendere economicamente sostenibile il sistema integrato dei servizi. Pur riconoscendo che "i servizi sociali costituiscono un Sistema di prossimità ad alto contenuto relazionale" e dunque "che non è possibile raggiungere gli obiettivi preposti in questo Piano senza un forte investimento sulle professionalità sociali, principale fattore di qualità degli interventi”, il PRS evidenzia le attuali criticità di organico con un rapporto medio tra assistenti sociali e popolazione nel Comune di Roma (comprensivo degli assistenti sociali del Dipartimento Servizi sociali) di 1/10766 abitanti, molto lontano dagli standard proposti dalle organizzazioni rappresentative della professione sociale (almeno 1/5000 abitanti). Mentre si dichiara la necessità di adeguare il numero delle risorse professionali assegnate ai Servizi Sociali, si prevede che ciò avverrà compatibilmente con le risorse disponibili e attraverso la stabilizzazione delle risorse umane con contratti a tempo determinato. Si sottolinea che la relazione professionale del servizio sociale con l’utenza non può essere svolta da personale precario, con contratti a termine o part-time, che non garantiscono continuità dell’intervento, presupposto indispensabile per rispondere in modo efficace, sistematico e continuativo, alla complessità delle problematiche emergenti. Nel documento di Piano è riconosciuto il Servizio Sociale Professionale come un "livello essenziale delle prestazioni sociali”, come previsto dalla legge 328/2000, ma non viene evidenziato il ruolo degli assistenti sociali nella programmazione e gestione dei servizi, funzioni proprie della professione, anche attraverso la loro partecipazione agli Uffici di Piano. La legge n. 84 del 1993 art. 1 recita infatti “L'assistente sociale svolge compiti di gestione, concorre all'organizzazione e alla programmazione e può esercitare attività di coordinamento e di direzione dei servizi sociali”, e dall’art 21 del DPR 328/01 con la previsione che “l’assistente sociale, pianifica,organizza,e gestisce i servizi in favore della comunità territoriale, attua un’analisi valutativa e la supervisione dei servizi e dei progetti integrati per la comunità locale, promuove servizi ed interventi, svolge ricerca nei servizi sociali del territorio e contribuisce alle politiche sociali locali”. Pur individuando due obiettivi di miglioramento della qualità ed efficacia del lavoro sociale nella formazione continua e la supervisione, la proposta formulata non evidenzia quanto la amministrazione investirà sulla formazione degli operatori dei Servizi Sociali che rappresenta, nell’attuale sistema delineato e nella complessità del lavoro sociale, una leva strategica per trovare nuove strategie di intervento e di attivazione di progetti di community care. Si apprezza lo sforzo di aver dato rilievo alla Supervisione ritenuta nel documento “uno strumento di grande rilevanza” a supporto del lavoro professionale degli operatori sociali, ma si esprime perplessità sull’ipotesi di attivare 5 gruppi di esperti nella relazione di aiuto a livello di quadrante (presso i servizi sociali dei Municipi afferenti alla stessa ASL), mentre sarebbe opportuno prevederla a livello municipale, per la maggiore incisività e approfondimento che comporterebbe. La supervisione, infatti, costituisce un supporto indirizzato all’operatore per sostenerlo nel processo di aiuto con il caso singolo, nei confronti del gruppo di lavoro, con la propria professione e con altre professioni, e nel rapporto con l’organizzazione e con il contesto. Come afferma Allegri: “La supervisione è un sistema di pensiero-meta sull’azione professionale (…) dove ritrovare attraverso un esperto esterno all’amministrazione una distanza equilibrata dall’azione …” (Allegri, 2005, p. 668). Il supervisore deve, infatti, essere un professionista autorevole e competente, capace di “aiuto (…) al disadattamento lavorativo” (Olivetti Manoukian, 1997, in Allegri, 2005, p. 669). Risulta quindi più efficace per raggiungere questi obiettivi un professionista esterno, estraneo alle dinamiche del contesto lavorativo e svolgerla nel proprio ambito lavorativo. Nel Piano è prevista una riorganizzazione della struttura organizzativa e delle funzioni della UOSECS, definizione di un modello organizzativo cittadino di Servizio Sociale, e la regolamentazione dell’Ufficio di Piano. Si raccomanda la necessità di garantire negli assetti organizzativi una dirigenza tecnica competente, prevedendo l’accesso a tale livello degli assistenti sociali, professionisti in grado di coniugare capacità di programmazione e di gestione dei servizi a livello individuale e comunitario. In considerazione delle competenze e delle esperienze acquisite nel tempo e sul campo dagli Assistenti Sociali dei Servizi Sociali Municipali, si auspica che sia garantita la loro partecipazione nei gruppi di lavoro previsti:
Si precisa che fra le funzioni proprie del servizio sociale, inalienabili e che non possono essere esternalizzate, vi debbano essere le funzioni svolte dal Servizio Sociale per soggetti sottoposti alle AAGG. Per quanto riguarda i servizi di promozione di un reale percorso d’integrazione e partecipazione attiva della cittadinanza straniera, si auspica che presso ogni Municipio sia previsto nell’organizzazione degli Uffici una porta di accesso per i cittadini stranieri, anche in collaborazione con le associazioni, che faciliti l’orientamento ai servizi. Si esprime perplessità per quanto previsto nelle linee guida di revisione delle delibere 154/97 e 163/98, nella parte che prevede che “per i cittadini extracomunitari residenti di distinguere tra i possessori di carta di soggiorno e richiedenti con permesso di soggiorno riconoscendo i benefici solo ai primi”. Tale differenziazione sembra entrare in contrasto con la legge regionale del 2008 (Disposizioni per la promozione e la tutela dell’esercizio dei diritti civili e sociali e la piena uguaglianza dei cittadini stranieri immigrati) e la legge 328/2000. Un’altra questione importante è che gli interventi ipotizzati per gli immigrati si fermano, per lo più, al livello dell’accoglienza, mentre poco si dice sui servizi di secondo livello e le azioni per la fuoriuscita dal circuito d’assistenza e la piena autonomia sociale. Al contrario il piano sembra predisposto più per risolvere le emergenze, che per l’integrazione lavorativa, formativa e abitativa, alternative valide alla cronicizzazione dell’accoglienza. Ai servizi spesso si presentano più volte gli stessi casi, nei confronti dei quali si attivano interventi “tampone” che arginano l’emergenza, ma non trovano risorse per il passaggio ad un ulteriore livello di “accompagno verso l’autonomia”: sarebbe opportuno invece attivare risorse per il superamento dell’assistenza/emergenza. Per quanto riguarda il Piano Nomadi sarebbe auspicabile potenziare e attivare progetti di promozione sociale, integrazione sociale della popolazione e di fuoriuscita dal villaggio attrezzato. Viene riconfermato il progetto di costruzione di villaggi attrezzati quale unica risposta alle politiche di integrazione della popolazione, senza ipotizzare nuovi modelli, anche sperimentali, di interventi mutuabili da altri contesti italiani o europei. Il Piano, infatti, sembra tutto incentrato sulla sistematizzazione dei Campi e sul controllo delle persone e il contenimento della devianza. Manca la programmazione degli interventi per il superamento dell’esclusione sociale che coinvolge le persone e le comunità Rom, anche dopo la sistemazione in aree attrezzate. Pur sapendo che ormai le persone rom sono per lo più stanziali e quindi vivono sul nostro territorio per anni, si prevede la permanenza nei campi per un massimo di 4 anni e l’accoglienza nelle strutture per madri con bambino che rifiutano il campo. Tutti questi interventi, appaiono come temporanei e di tipo emergenziale. Oltre che la scolarizzazione per i minori, non sono previsti interventi in prospettiva. Senza interventi di inserimento i Campi Rom, anche se regolari, rischiano di divenire luoghi di emarginazione e in cui possono più facilmente proliferare comportamenti illegali.
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